Democrazia, sorveglianza, privacy e rete.

Democrazia, sorveglianza, privacy e rete.

DEMOCRAZIA, SORVEGLIANZA, PRIVACY E RETE:
1984-2019 35 anni di libertà?

Lo spot della Apple “1984”
Il 24 gennaio del 1984, durante il Superbowl, evento sportivo tra i più seguiti negli Stati Uniti e non solo, Apple lanciò uno spot che è diventato pietra miliare della cinematografia pubblicitaria. Il filmato inizia con un gruppo di uomini grigi e tutti uguali, sorvegliati da telecamere, che marciano all’unisono verso una grande sala ove li aspetta un megaschermo con un individuo in primissimo piano che li indottrina sull’unicità dell’informazione. All’improvviso irrompe sulla scena una ragazza colorata, vestita da atleta e con un Personal Computer stilizzato sulla maglietta che lancia un grosso martello contro il megaschermo facendolo esplodere. Lo spot si conclude con uno slogan che recita
«Il 24 gennaio Apple introdurrà Macintosh. E capirete perché il 1984 non sarà come “1984”». Il filmato è un chiaro riferimento al romanzo “1984” di George Orwell in cui l’autore immagina che una parte della popolazione mondiale sia tenuta sotto controllo dal Grande Fratello, una diabolica invenzione che guarda e sente continuamente ogni persona grazie a telecamere e microfoni, diffondendo una sorta di pensiero unico. La Apple, coi suoi innovativi prodotti, approfittando della coincidenza temporale (1984), si proponeva proprio di evitare che si realizzasse tale inquietante previsione.

A distanza di 35 anni è veramente così? l’introduzione del computer prima, e di tutte le tecnologie che ne sono seguite, ci ha reso veramente più liberi e meno controllabili?

Diffusione dei Personal Computer, nascita della rete
Con il Macintosh la Apple riuscì a dimostrare che il computer poteva essere apprezzato ed utilizzato a livello mondiale anche da persone che non avessero cognizioni di base del settore dell’informatica grazie ad un’interfaccia utente semplice ed intuitiva che associava il mouse al desktop. In tal modo si estendeva l’utilizzo del computer anche a livello domestico e hobbistico, oltre che professionale, coinvolgendo un pubblico che, fino a quel momento, era stato restio ad avvicinarsi al Personal Computer considerato un oggetto misterioso e per iniziati.
La diffusione dei Personal Computer ha sicuramente favorito lo sviluppo di internet (insieme di interconnesioni globali attive sopra il protocollo IP, Internet Protocol ), del web – l’insieme di risorse accessibili esclusivamente attraverso il protocollo HTTP (S), acronimo di Hyper Text Transfer
Protocol (Secure) protocollo per il trasferimento di IperTesti(sicuro) – e dei Social Media (come Twitter, Facebook, Linkedin, Instagram, etc.). Dal Personal Computer si è passati poi al computer portatile e quindi ai tablet.
Parallelamente si è sviluppata la tecnologia della telefonia mobile che ha finito per incontrare quella dell’informatica e la rete attraverso gli smartphone.
E così, una tecnologia che è stata inizialmente sviluppata per scopi militari dal governo degli stati uniti negli anni 60, per poter condividere documenti e comunicare in stati diversi, nei successivi decenni è stata adattata per i più svariati scopi e successivamente estesa nel resto del mondo a partire dagli anni 80 rivoluzionando il nostro modo di vivere dando origine all’era digitale, l’era dei social network.

Vantaggi della tecnologia digitale
Oggi disponiamo di una serie di strumenti, sempre più portatili e miniaturizzati che ci consentono in ogni momento e in ogni luogo di poterci connettere in rete per comunicare o acquisire informazioni, ascoltare musica, guardare film, acquistare o vendere prodotti, compiere operazioni bancarie, pagare bollette, condividere l’utilizzo dei mezzi di trasporto (Bla Bla Car), e così via.
Molti servizi tradizionali sono oggi disponibili anche online e sono fruibili in pochi minuti, senza bisogno di attese e code nei classici sportelli pubblici ed è possibile utilizzare questi servizi 7 giorni su 7 quando si preferisce: prenotare un volo, prenotare un hotel sono operazioni a portata di click ai prezzi che desideriamo, alle condizioni che preferiamo.
Inoltre con le nuove tecnologie, ed in particolar modo con la rete, è possibile informarsi a costi molto contenuti rispetto a qualsiasi altro mezzo esistente. E questo è solo uno degli aspetti che questa tecnologia ci offre.
La comunicazione, infatti, non ha più vincoli dato che tutto il mondo è connesso in una rete unica, vengono abbattute tutte le barriere una volta esistenti sulle telecomunicazioni, grazie ai social network. La comunicazione internazionale è diventata praticamente gratuita; un tempo comunicare con uno stato estero risultava molto difficile ma anche eccessivamente costoso e lento. Questa rivoluzione è avvenuta in pochi decenni e ha stravolto l’intero modo di vivere delle persone di tutto il mondo.

Inoltre attraverso i social media chiunque abbia uno smartphone, ossia la quasi totalità degli individui, può esprimere la propria opinione, il proprio parere potendo contare su un grandissimo numero di potenziali uditori (i followers).

Pluralità delle fonti di informazione
In sostanza, mentre in precedenza le informazioni all’opinione pubblica erano fornite da un numero ristretto di quotidiani e di canali televisivi, appannaggio di una sorta di oligarchia intellettuale ed economica, si assiste oggi ad una moltiplicazione sterminata delle fonti di informazione (canali TV digitali, blog, social media) attraverso cui chiunque – e non più solo un selezionato manipolo di persone – può esprimere la propria opinione e, in una qualche misura, fare informazione.
Questo pluralismo informativo è senz’altro positivo, perché consente alle persone di formarsi un’opinione più approfondita e ragionata della realtà e dei fatti che accadono. Confrontare pareri diversi ed in alcuni casi contrapposti sviluppa il senso critico e aiuta la formazione delle persone.

Pluralismo informativo: rischi
D’altro canto, tuttavia, non mancano possibili rischi.
Il primo è che l’opinione pubblica possa essere condizionata da persone culturalmente non adeguate ad affrontare determinati argomenti, soprattutto in una società complessa come quella che stiamo vivendo, e che affrontino con superficialità temi delicatissimi, di grande spessore scientifico, e con importanti riflessi sociali, come ad esempio la vaccinazione obbligatoria o il rispetto dell’ambiente, solo per citare i temi più attuali.
Il secondo rischio è che alcune persone, mosse da ragioni poco nobili, possano deliberatamente costruire e diffondere notizie false (c.d. fake news) allo scopo preordinato di denigrare antagonisti, concorrenti, avversari politici.
Il terzo e più grave rischio è che singoli soggetti od organizzazioni complesse possano utilizzare le fonti di informazione per cercare di condizionare l’opinione pubblica diffondendo dottrine o ideologie di tipo radicale che predicano integralismo, intolleranza, razzismo, sessismo.

Potere di scelta: opportunità o limite?
Un’altra caratteristica dello sviluppo tecnologico è la possibilità di selezionare in rete ciò ci interessa, e solo ciò che ci interessa. Questa facoltà rende piacevole e suggestiva la tecnologia perché ci consente di concentrare la nostra attenzione su temi che veramente ci appassionano e ci attirano (un certo tipo di viaggi, di vestiti, di musica, di sport e così via) offrendoci la possibilità di realizzare, in ogni momento e a nostro piacimento, una sorta di palinsesto personale.
Non vi è dubbio che il potere di scelta riconosciutoci dalla rete ha i suoi aspetti positivi. Nessuno vuole visualizzare inserzioni di prodotti verso i quali non nutre alcun interesse, ed è perfettamente naturale che sia così. Potendo scegliere, perché dovremmo soffermare la nostra attenzione su temi che ci annoiano, su prodotti che non ci interessano e su punti di vista che disprezziamo? O ancora, perché dovremmo “frequentare” in rete persone che non conosciamo e, soprattutto, che non stimiamo? La questione è amplificata dal fatto che la rete, attraverso complessi software e articolati algoritmi, analizza e apprende i nostri gusti, le nostre tendenze, le nostre abitudini, proponendoci, attraverso banner ed inserzioni, solo cose, temi e prodotti che ci possono interessare, instradandoci quindi nella complessità della rete.
Il crescente potere delle persone di filtrare ciò che vedono, e la crescente capacità dei provider di assecondare i gusti di ciascun utente, presentano un lato negativo particolarmente delicato, ossia il rischio di mostrarci solo alcune cose (quelle che ci interessano) e di metterci in contatto solo con i nostri simili (persone che hanno gusti analoghi), escludendo dal nostro orizzonte cognitivo prodotti, persone e situazioni diverse ed estranee che invece è necessario conoscere ed affrontare per poter approfondire adeguatamente la complessa realtà in cui viviamo.
Come se ad un bambino facessimo scegliere autonomamente la propria dieta alimentare. Questi mangerà solo patatine fritte, gelati, dolciumi ed altre leccornie, tralasciando quegli alimenti, meno invitanti ed attrattivi, che contengono alti valori nutritivi, necessari per un sano ed equilibrato sviluppo dell’organismo, quali la frutta, la verdura, la carne e così via.

La rete e i dati
La nostra presenza in rete lascia un’impronta indelebile proprio come quando tocchiamo o
manipoliamo qualcosa sulla scena del delitto. Nel momento in cui creiamo il nostro profilo personale sui social media, forniamo spontaneamente informazioni importantissime che ci riguardano come l’immagine, l’età, il sesso, gli studi, i titoli, la professione, i rapporti familiari e di amicizia. Altre informazioni le forniamo indirettamente quando effettuiamo le nostre ricerche in rete soffermandoci su determinati prodotti, blog, profili di altri utenti e così via .
I nostri profili sono stoccati in data center e vengono elaborati grazie a software ed algoritmi particolarmente complessi ed articolati.
Queste informazioni su di noi – che in parte forniamo spontaneamente ed in parte vengono dedotte indirettamente dall’uso che facciamo della rete – sono importantissime ai fini commerciali. Non a caso le grandi multinazionali cercano di acquisire in ogni modo il maggior numero di informazioni possibili sui potenziali consumatori per orientare la produzione o indurre bisogni.
I dati sono stati definiti come il nuovo petrolio, espressione riportata in World Economic Forum [2011] . L’innovazione corre sempre più sul filo dei dati e del loro costante utilizzo e riutilizzo. In effetti, la crescita esponenziale dei meccanismi di raccolta dei dati (che sembra non rallentare), abbinata all’aumento della potenzialità di calcolo e manipolazione degli strumenti di analisi, permettono di avere a disposizione informazioni aggregate su larga scala. È questo il mondo dei Big Data, usati sempre di più in contesti quali servizi finanziari, assicurativi, sanitari, di trasporto sia in ambito pubblico che privato.

È chiaro quindi che questi dati rivestono un’importanza strategica per le multinazionali e le organizzazioni politiche. Ha fatto scalpore la recente accusa mossa al creatore di Facebook, Mark Zuckemberg, di non aver saputo garantire la sicurezza dei dati personali degli utenti del suo social media giacché un professore, attraverso un’applicazione, è riuscito a raccogliere le informazioni personali di 50 milioni di utenti e li ha passati, onerosamente, ad una società di analisi (Cambridge
Analytica), a dimostrazione dell’interesse economicamente e socialmente rilevante che questi dati rivestono.

La rete e la privacy
Il fatto che i dati personali riservati possano essere messi a disposizione di estranei senza il nostro consenso è particolarmente pericoloso. È comprensibile dunque che l’opinione pubblica si sia fortemente scandalizzata per il comportamento del fondatore di Facebook, poco attento a garantire la sicurezza dei dati personali. È preoccupante che informazioni personali, riservate e delicate possano andare in mano di estranei che possono farne un uso improprio. Pensiamo ad esempio alle notizie attinenti alla nostra salute: la presenza di alcune patologie, o la semplice predisposizione a contrarle, potrebbe ostacolare il nostro percorso professionale e rendere difficile la ricerca di un lavoro (giacché le imprese potrebbero preferire una persona in buona salute). E ancora, la diffusione incontrollata dei dati rischia di colpire la persona nella sua dimensione di consumatore attraverso politiche di discriminazione dei prezzi sulla base delle enormi quantità di dati raccolti, a partire dalle condizioni economiche.
È evidente che la diffusione dei Big Data ed il fiorire di business legati ad essi, si pongano in primo luogo come una potenziale minaccia per la protezione dei dati personali.
Sembra dunque ragionevole, da un lato, impedire alle imprese di acquisire un potere eccessivo sugli strumenti che consentono l’utilizzo dei Big Data e, dall’altro rendere maggiormente effettivi i diritti di controllo e di scelta autonoma sui propri dati, in un’ottica di autodeterminazione degli individui.
Queste preoccupazioni, acuite dallo sviluppo tecnologico, hanno indotto l’Unione Europea ad introdurre, nel corso del 2018, una nuova e più incisiva disciplina legislativa in materia di privacy che sostituisce quella del 1995.
Nel maggio scorso è infatti entrato in vigore in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) , frutto di diversi anni di lavoro da parte della Commissione Europea. Il regolamento punta a due obiettivi principali: dare ai cittadini europei un controllo completo sui propri dati personali e semplificare il quadro normativo per le imprese che gestiscono tali dati. Il GDPR è inteso come uno strumento abilitante del mercato digitale e si inserisce nelle politiche della Commissione Europea per lo sviluppo dell’economia digitale .
Rispetto al passato, i principi fondamentali in tema di privacy e protezione dei dati sono rimasti invariati, ma il nuovo regolamento tiene conto dei cambiamenti avvenuti negli ultimi anni nel mondo digitale e si applica in tutti gli stati della UE.
Gli aspetti più innovativi del GDPR rispetto alla precedente normativa sono tre: l’extraterritorialità, le sanzioni e il consenso.
Non si può non rilevare tuttavia che il meccanismo informazione/consenso, su cui è basata anche la nuova legislazione europea in materia di riservatezza, mostra sempre più la sua fragilità, in un sistema tecnologicamente complesso come quello riguardante i Big Data.
Ed infatti l’urgenza di accedere ai servizi informatici e la scarsa consapevolezza della complessa normativa pone l’interessato in una condizione di “debolezza” rispetto alla rete che lo porta a fornire un consenso la cui natura libera ed informata è sempre più discutibile.
In un sistema di reti sempre più privatizzate da entità commerciali e governative, la privacy è quindi una chimera che esiste solo nel momento in cui viene violata, o meglio, in cui l’utente si accorge della violazione.

La rete e la democrazia
L’enorme mole di informazioni raccolti nei Big Data possono essere interessanti non soltanto dal punto di vista economico, per le società commerciali, ma anche dal punto di vista politico e sociale, per i corpi intermedi e per i partiti politici. Attraverso la conoscenza e l’ analisi di queste informazioni, le organizzazioni politiche e sociali possono infatti scoprire le tendenze e gli orientamenti dell’elettorato, cercando di assecondarne le esigenze o, in qualche misura di condizionarne il pensiero.
Abbiamo già detto dei dati, relativi a 50 milioni di cittadini americani, che attraverso un’applicazione sono stati carpiti a Facebook e rivenduti ad una società di analisi (Cambridge Analytica) che ha lavorato per la campagna elettorale di Trump.
Del resto in tutto il mondo i politici usano ormai diffusamente i social media, spesso per cercare di creare le condizioni per favorire il proprio consenso sulla popolazione.
Barack Obama è stato il primo presidente degli stati uniti ad usare i social media per promuovere una campagna elettorale. In tal modo egli riuscì ad intercettare il 70 per cento degli elettori di età compresa tra i 18 e i 25 anni superando di gran lunga il rivale John McCain. Anche se non si può affermare che il successo di Obama sia da attribuire soltanto ai social media non v’è dubbio che l’uso di tale strumento abbia favorito un alto grado di polarizzazione dei gruppi.
Anche in Italia abbiamo un esempio importante in tal senso. Un movimento politico è nato e cresciuto esclusivamente in rete. Si tratta del movimento cinque stelle fondato dal comico e attivista politico Beppe Grillo e dall’imprenditore del web Gianroberto Casaleggio. Non a caso tra i primi punti del proprio manifesto politico c’era proprio la connettività gratuita ad internet per tutti.
Il Movimento Cinque Stelle ha sempre fermamente difeso la rete, auspicandone uno sviluppo senza censure, quale strumento ideale per una vera democrazia diretta che consentisse al decisore politico di interloquire direttamente con i cittadini senza l’intermediazione dei cosiddetti corpi intermedi (partiti politici, organizzazioni sindacali e di categoria).
Ma se è vero che la politica cerca di utilizzare (e dominare) la tecnica è vero anche l’inverso ? Ossia che la tecnica ha raggiunto un livello di evoluzione e di autonomia tale da condizionare la politica e le sue scelte?
Viviamo nell’età della tecnica e continuiamo a pensare che la tecnica sia soltanto uno strumento. Ma forse non è più così: la tecnica sembra essere diventata il soggetto del mondo e gli uomini – da creatori/utilizzatori – sembrano essersi ridotti a meri funzionari degli apparati tecnici.
Secondo alcuni autori si assiste infatti ad un rovesciamento tra mezzi e scopo: la tecnica, che era uno strumento dell’uomo per raggiungere determinati fini, negli ultimi decenni è diventata autonoma, sviluppando fini propri che diventano prevalicanti ed esclusivi. Insomma: “la tecnica decide sulle decisioni, e così capovolge quella gerarchia tradizionale che, a partire dal principio dell’agire razionale che prevede il primato dello scopo sui mezzi, assegnava alla politica il primato sulla tecnica“.
Il fatto che la tecnica incida in maniera determinante sulle decisioni politiche, rende pressoché indifferente quale dei gruppi dirigenti concorrenti giunga al potere, giacché tutti saranno inevitabilmente condizionati dal dominio tecnocratico e dunque la scelta dell’elettorato si riduce all’indicazione di chi ricoprirà un determinato ruolo politico (considerato che le scelte politiche non potranno essere molto diverse tra loro).
Non sappiamo se è veramente cosi ma è certo che le ideologie che caratterizzavano i partiti politici sembrano ormai tramontate e che i programmi elettorali sembrano somigliarsi un po’ tutti, tanto che chiunque si succeda al governo non sembri apportare significativi cambiamenti all’economia e alla società.
Tanto da ispirare un noto cantautore, Giorgio Gaber, a chiedersi “ma cos’è la destra, cos’è la sinistra…” in un brano da lui scritto (destra-sinistra).
Anche se la rete ha contribuito – unitamente ad altri fattori, quali gli equilibri internazionali, la globalizzazione e i poteri sovranazionali (UE) – ad un certo appiattimento e livellamento dei programmi politici e delle conseguenti scelte operative non v’è dubbio tuttavia che la tecnica digitale, pur con tutti i suoi limiti e i suoi rischi allarghi gli orizzonti dei singoli individui e favorisca una loro maggiore consapevolezza, almeno negli utenti più avveduti e con maggiore capacità critica. Non a caso tutti i regimi democratici, pur non lesinando critiche agli eccessi della rete, consentono e favoriscono il libero utilizzo di internet da parte dei propri cittadini senza limitazioni o censure se non nei limiti strettamente necessari dal rispetto delle leggi fondamentali.
Viceversa i regimi totalitari temono fortemente la rete e ne limitano l’utilizzo o addirittura lo impediscono del tutto, nel timore che i propri cittadini possano formarsi convinzioni diverse da quelle propagandate dal regime dittatoriale al potere.

Considerazioni conclusive
Non è certo semplice formulare considerazioni conclusive su un tema così delicato e complesso come quello della tecnica e dei suoi rapporti con il diritto alla riservatezza, con la libertà e la democrazia.
Intanto non si tratta di una questione del tutto nuova. Da sempre l’uomo si avvantaggia dello sviluppo tecnologico, temendone (e subendone) al contempo i riflessi negativi.
Lo stesso Platone, nell’opera Fedro, arrivò a far dire ad uno dei suoi personaggi che “la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la dimenticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché fidandosi della scrittura si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante segni estranei, e non dal di dentro e da sé medesimi ”.
È successo lo stesso con la stampa di Gutenberg, che ha intaccato la cultura orale, e col telescopio galileiano, che ha messo in dubbio i fondamenti della religione cristiana.
Insomma in ogni epoca qualunque innovazione della tecnica, dalle più elementari alle più complesse, dalla scrittura alla stampa, dalle macchine all’automazione, ha generalmente determinato un miglioramento delle condizioni di vita degli esseri umani unitamente a una serie di rischi e di svantaggi.
Anche la tecnologia digitale, l’informatica e la rete non fanno eccezione. Le opportunità che offrono, soprattutto in materia di comunicazione (e non solo), sono enormi.
Rispetto al passato, però, qualcosa di nuovo c’è.
La tecnologia digitale, l’informatica e la rete hanno inciso soprattutto su un tema strategico, quale la
comunicazione, allargando enormemente gli orizzonti di ciascuno di noi. E si tratta di una comunicazione bidirezionale: acquisiamo informazioni, lasciamo informazioni.
Avere la possibilità di consultare un numero sterminato di fonti e di farlo in tempo reale, avere la possibilità di compiere le più svariate operazioni e di esprimere il proprio punto di vista, amplia le opportunità che abbiamo e, quindi, i nostri spazi di libertà.
Tuttavia, quando usiamo la tecnologia digitale, come detto, lasciamo una traccia indelebile. Nel momento in cui utilizziamo il bancomat, la carta di credito, lo smartphone, il navigatore satellitare, diciamo alla rete chi siamo, dove stiamo, quanto spendiamo, cosa compriamo, di quale negozio ci serviamo, che percorso preferiamo, con chi parliamo, e così via. Tutte informazioni che ci espongono al rischio di essere controllati e catalogati ( dalle banche, dalle società di analisi, etc. ) .
Inoltre l’utilizzo di queste innovazioni tecnologiche, ci espone al rischio di poter essere condizionati
da fonti estranee non sempre qualificate, che possono incidere, consapevolmente o
inconsapevolmente, nella coscienza, nell’anima, e nelle opinioni di ciascuno di noi. Si tratta quindi di un rischio senza precedenti e che le innovazioni tecnologiche del passato non hanno dovuto affrontare, se non in misura marginale.
In questo solco si è addirittura sviluppata una professione, quella dei c.d. influencer ossia di soggetti che attraverso Instagram, Twitter e similari postano in rete video, immagini, parole che cercano di influenzare i comportamenti dei propri seguaci. Proprio per il ruolo determinante che gli influencer svolgono all’interno dei processi comunicativi, molto spesso essi vengono utilizzati come testimonial per pubblicizzare prodotti che rientrano nella loro sfera di influenza. Non è detto, però, che si tratti di persone che possano rappresentare veramente un modello per i numerosi seguaci, trattandosi spesso di soggetti che si limitano a sfruttare il proprio carisma su un certo target di utenti (quasi sempre giovanissimi) per promuovere comportamenti superficiali e consumistici, quando non addirittura pericolosi.
Insomma, abitiamo l’età della tecnica di cui godiamo i benefici in termini di beni e spazi di libertà, ma al contempo siamo sempre più esposti al rischio di essere condizionati e controllati.
Del resto la libertà ha sempre un prezzo e, soprattutto, il progresso tecnologico non si può fermare. E allora?
Dinanzi ai rischi di forme di comunicazione sempre più invasive e di una nostra accentuata dipendenza dagli influencer (commerciali e non) e dal mezzo tecnologico ( se ci dimentichiamo lo smartphone ci sentiamo perduti, se non c’è rete internet siamo allo sbando), un possibile argine può essere rappresentato dalla cultura dell’individuo e dal suo grado di consapevolezza.
Una persona umanisticamente formata e culturalmente matura possiede una capacità critica che gli consente non solo di selezionare correttamente le opportunità della rete, ma anche di filtrare adeguatamente quelle informazioni potenzialmente pericolose, perché false o comunque contrarie ai principi fondanti della società civile. Inoltre un utilizzo consapevole e prudente dei social media, unitamente ad una legislazione adeguata ed efficace, può aiutarci a contenere il pericolo di un utilizzo a fini di controllo dei nostri dati personali. In definitiva, ancora una volta la conoscenza, la cultura, l’umanesimo e, perché no, il buon senso, possono rappresentare un valido strumento per ottimizzare i vantaggi della tecnologia digitale e minimizzarne i rischi.

BIBLIOGRAFIA

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SITOGRAFIA

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